Chi attraversa la campagna della Gallura nota subito, tra sugherete e massi di granito, piccole case in pietra isolate, spesso circondate da muretti a secco e da qualche albero da frutto. Sono gli stazzi, le abitazioni rurali che per secoli hanno rappresentato il cuore della vita contadina e pastorale di questa parte della Sardegna. Conoscerne la storia significa capire il paesaggio che vedete ogni giorno durante la vacanza.
Un nome antico, una storia di migrazioni
La parola stazzo deriva dal latino statio, luogo di sosta. In Gallura ha finito per indicare insieme la casa di campagna e l'azienda agricola e pastorale che le ruotava attorno. Gli stazzi cominciano a diffondersi tra il Seicento e il Settecento, quando le campagne galluresi, fino ad allora poco abitate, vengono popolate da pastori in cerca di pascoli.
Secondo gli studi storici e geografici, un ruolo importante in questa colonizzazione lo ebbero i pastori corsi, arrivati dall'isola vicina per sfuggire a faide e turbolenze politiche; a loro si aggiunsero pastori sardi che lasciarono i villaggi dell'interno per stabilirsi nelle zone più vicine alla costa. Da allora la Gallura ha conosciuto un modello di insediamento sparso, molto diverso dai paesi raccolti tipici di altre regioni dell'isola.
Com'era fatto uno stazzo
Lo stazzo era costruito con il materiale che la Gallura offre in abbondanza: il granito, lavorato in blocchi e posato a formare muri spessi, capaci di proteggere dal caldo d'estate e dal freddo d'inverno. La pianta era semplice, di forma rettangolare, con uno o due ambienti al piano terra; il tetto a due falde poggiava su travi di legno ed era coperto di canne e tegole. Solo alcuni stazzi, più grandi, si sviluppavano su due livelli e venivano chiamati lu palazzu.
Attorno alla casa si trovavano le costruzioni di servizio, come lu furru, il forno per il pane, e lu pinnenti, un piccolo edificio usato come deposito. Completavano il quadro i recinti per il bestiame, l'orto e i terreni da pascolo delimitati da muri a secco.
La vita nello stazzo
Nello stazzo viveva di solito una famiglia di tipo patriarcale, quasi del tutto autosufficiente: si allevavano pecore e capre, dal cui latte si ricavavano formaggi e burro, si coltivavano cereali e ortaggi, si faceva il pane. Ogni componente della famiglia aveva un ruolo preciso nel lavoro quotidiano. Una caratteristica distintiva della Gallura fu proprio l'integrazione tra pastorizia e agricoltura, due attività che altrove in Sardegna restavano spesso separate.
Gli stazzi, pur isolati, non vivevano da soli. Più stazzi vicini formavano una cussorgia, in gallurese cussogghja: una comunità sparsa legata da rapporti di amicizia, parentela e mutuo aiuto. Le famiglie collaboravano nei lavori più impegnativi, e la chiesetta campestre della cussorgia era il punto di incontro per le celebrazioni religiose e le feste.
Dal declino alla riscoperta
Gli stazzi conobbero la loro massima diffusione nell'Ottocento. Nel Novecento, con la modernizzazione delle campagne e lo spostamento di molte famiglie verso i centri abitati e la costa, numerosi stazzi furono abbandonati. Eppure la loro architettura non è stata dimenticata: dagli anni Sessanta, gli architetti che hanno disegnato la Costa Smeralda si sono ispirati proprio alle forme semplici degli stazzi, alle murature in pietra e al rapporto armonioso con il paesaggio.
Oggi molti stazzi sono stati recuperati con attenzione, conservando i muri in granito e i materiali originali e aggiungendo il comfort necessario per viverci. Visitando la Gallura li riconoscerete facilmente: sono la memoria viva di una civiltà rurale che ha plasmato questo territorio.
Dormire in uno stazzo
Stazzo Eleandro è un antico stazzo gallurese dell'Ottocento, la casa del trisnonno della proprietaria, tramandata in famiglia e ristrutturata recuperando i materiali originali. Soggiornarvi significa vivere dall'interno questa storia, con il comfort di oggi e il silenzio della campagna di Arzachena.
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